“Yuri Esposito”: Intervista ad Alessio Fava e Matteo Lanfranchi

Dopo il successo inaspettato di pubblico e critica delle proiezioni alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo deciso di approfondire assieme al regista Alessio Fava e al protagonista Matteo Lanfranchi l’esperienza indipendente di Yuri Esposito. Un film che nasce da un progetto di finanziamento a bassissimo budget promosso dalla stessa Biennale Cinema, che l’ha spuntata su oltre 400 proposte, e che ci auguriamo possa a breve attraversare i teatri della penisola.

– Come siete arrivati qui? Parliamo dell’esperienza della Biennale College, fin dal bando.Futura Tittaferrante-4

Alessio Fava: Abbiamo trovato il bando ad ottobre, la scadenza era il 26. Questo concorso indetto dalla Biennale, un bando internazionale, prevedeva un limite di budget fissato a 150.000 € per tre film. Abbiamo superato la prima fase in mezzo a 430 progetti arrivati da tutto il mondo e abbiamo passato la prima selezione con altri 14 progetti; a seguire, abbiamo seguito un percorso di messa a punto del progetto iniziale per 10 giorni a Venezia, sotto la guida di una staff di tutor messo a disposizione dalla Biennale. Di quei 15 progetti, soltanto 3 sono stati finanziati e hanno avuto l’opportunità di essere qui a Venezia durante la Mostra del Cinema. Pertanto abbiamo girato dal 20 maggio all’8 giugno, in tre settimane, e poi il resto del tempo ci siamo occupati di post produzione. La consegna è avvenuta ad agosto.

Dunque, una domanda per entrambi: ritengo che il film si regga sulla performance fisica e attoriale di Matteo Lanfranchi, nel senso che la fisicità del personaggio è fondamentale per la riuscita generale del prodotto. Vorrei sapere da entrambi come siete arrivati a questo personaggio e quindi come avete lavorato sulla struttura caratteriale, gestuale, ma anche prima, sul lavoro di scrittura e di formazione del ruolo sulla carta.

AF: Sulla fase di scrittura noi abbiamo collaborato con uno sceneggiatore (Leonardo Staglianò, ndr) confrontandoci con Matteo. Abbiamo discusso a lungo su quello che doveva essere il personaggio, su come si doveva muovere; e quindi abbiamo iniziato a visualizzare tutte quelle che potevano essere le situazioni della vita di tutti i giorni, ovvero i punti di forza di una persona con un problema del genere, o i punti deboli. Da lì in poi, Matteo ha svolto un lavoro personale sulla fisicità.

Futura Tittaferrante-6Matteo Lanfranchi: Aggiungerei che in principio, quando abbiamo girato il promo per l’application della Biennale, la prima idea era di riprendere a 100 frame al secondo, per cui di utilizzare un artificio per rallentare. Poi per tutta una serie di motivi ci siamo chiesti se non fosse possibile per me recitare, muovermi al rallentatore: abbiamo fatto un po’ di prove e siamo rimasti convinti dei primi tentativi. Anzi, era più interessante perché le sbavature – ad esempio Ale mi aveva chiesto che in diverse occasioni gli occhi si muovessero a velocità normale – sono piccole mancanze nella perfezione della lentezza che lo rendono assolutamente più umano e più credibile.

La prima prova è stata devastante perché in un ora sono riuscito a farmi la doccia, la barba e accendere il portatile. Però è stato anche molto divertente perché è molto rilassante, ti mette proprio in un’altra dimensione… il lavoro si è evoluto quando Alessio ha accettato la mia proposta: nel momento in cui il personaggio arriva a risolversi, cambia anche la sua qualità di movimento, è più armonico, più sciolto, più elegante, più a suo agio… questo per me è stato fondamentale.

Un’altra cosa che mi ha incuriosito del lavoro è stato anche il parlato, l’inclinazione tonale.

ML: Ci abbiamo passato un bel po’ di tempo a capire come parlava questo qua: all’inizio pensavamo che potesse fare dei discorsi, che potesse magari prendere una rincorsa di fiato e poi parlare. Poi ci siamo resi conto che non tornava, anche perché quando parlavamo del personaggio molti avevano il sospetto che avesse anche un ritardo mentale; e invece per noi era cruciale che non ci fosse questa impressione! Cioè lui intellettualmente, emotivamente, dal punto di vista dei sentimenti viaggia al tempo normale. Quindi doveva avere una parlata che non lo svilisse da questo punto di vista. Avevo deciso di farlo parlare poco e poi si, il tentativo è stato cercare di renderlo credibile.

Un’altra cosa che ho apprezzato e che credo che gli dia quella carta di internazionalità che voi potrete spendere, è l’aspetto fotografico, che ha tutta una sua coerenza. Vorrei capire come ci avete lavorato.

AF: Avevo un’idea molto molto chiara di come doveva essere la resa definitiva: Alessandro Dominici, il direttore alla fotografia, ha fatto un lavoro splendido. I film che mi piacciono di più sono film Nordeuropei, seguo molto quel tipo di immagine che è tendenzialmente un po’ fredda, con una luce bianca, con delle ambientazioni che alcune volte tendono al vintage: Alessandro è riuscito a ricreare quel gusto. Dal punto di vista dell’inquadratura abbiamo preferito l’uso della camera fissa o in movimento molto elegante quando lui è lento, contrapposto alla camera a mano dal momento in cui lui decide di fare la terapia fino a quando ritorna “lento”, in cui anche le inquadrature ritornano più stabili.Futura Tittaferrante

A proposito di questo, a livello fotografico è un film che è costato molto?

AF: No, è stata veramente una grande capacità di Alessandro poiché non c’era tempo e avevamo tre luci più l’uso della luce naturale. Se avessimo dovuto inserire un impianto fotografico complesso non ce l’avremmo mai fatta a rispettare la consegna.

Il protagonista è raccontato nella sua fallibilità; tuttavia non si arriva mai realmente a considerarlo in errore, perché ci troviamo a comprendere a fondo conflitto. Come ci siete riusciti?

ML: Durante i test ci siamo resi conto che la sua è una vita che va programmata; ci sono sicuramente condizioni peggiori, però è comunque un limite fortissimo attorno al quale bisogna organizzare tutta l’esistenza. In tutto il film ci sono delle cose che appunto raccontano questo elemento: il registratore per comunicare al telefono, la sveglia anticipata sulla moglie, tutta una serie di indizi che ci aiutano a rappresentare la sua condizione. Però ci tenevamo pure a disegnarlo a tutto tondo: ho sempre pensato che un essere più lento ha la possibilità di essere più in contatto con quello che lo circonda. Con le altre persone, con le sensazioni che arrivano. Ovvero, qualsiasi sentimento per lui, qualsiasi emozione dura di più. Questo perché il suo corpo ci mette di più, per cui è una realtà aumentata da quel punto di vista; nel momento in cui perde questa possibilità perde anche quello che dava un gusto alla sua vita.

Quali sono state le tue strategia per riuscire ad arrivare a carpire questa lentezza?

ML: Parto da una nota più tecnica se vuoi: normalmente nel mio lavoro attoriale parto dal corpo, sempre e comunque. Quindi la prima cosa che ho fatto è stato cercare di capire a che velocità si muoveva questo personaggio e ascoltare cosa mi diceva il mio corpo, che sensazioni mi dava, e da li ho cominciato a costruire. E ad esempio mi ricordo le prime prove a casa, mi mettevo proprio il cronometro e dicevo “ok adesso faccio 60 minuti piano” e l’ho fatto per giorni: le prime volte era come avessi fatto, che ne so, meditazione per un ora o una sauna o qualcosa di piacevole e rilassante, perché passi un sacco di tempo con te stesso. Ci sono anche fenomeni neurologici e biochimici che si innestano solo con la lentezza nell’essere umano, e mi sarò anche strafatto di endorfine o di qualcosa del genere senza volerlo, però la sensazione era davvero piacevole. A questo, naturalmente come dicevo prima, si aggiunge un pensiero, cioè quello che io adoro del mio lavoro, non farei mai a cambio, credo sia il lavoro più bello del mondo, perché in fondo credo sia un lavoro da bambini. Da questo punto di vista secondo me il teatro è una grande lezione perché è l’arte più ingenua del mondo, tu paghi un biglietto e accetti che io quella sera li sono il principe di Danimarca, no? Sono i bambini che fanno robe del genere, ma lo accettano tutti.

Futura Tittaferrante-5AF: La cosa molto semplice che avevamo capito è che se lui deve fare di no con la testa basta due centimetri solo in una direzione. Se tu sei veloce fai “no” o “si” ma altrimenti se sei così lento basta solo l’accenno di una cosa…

ML: …e tua moglie ti capirà da uno sguardo no? Cioè tutta una serie di cose sono nate anche da lì. Poi quando ho visto che la squadra cominciava ad interessarsi, che si fidava di me, che mi lasciava spazio, sentivo crescere il rispetto verso il mio lavoro e di giorno in giorno mi sono rilassato e ho detto “ok, va tutto bene, andiamo e soprattutto divertiamoci”.

Adesso non vi resta che raccontarci di quello che succederà dopo, dagli spunti che avete avuto a Venezia, ai programmi che seguiranno.

AF: Allora le ottime notizie sono che le persone hanno risposto in maniera positiva, nel senso hanno preso la storia per quello che è, cioè una storia semplice che ti racconta un qualcosa di particolare, e sta piacendo. Abbiamo avuto diverse recensioni molto positive ed è stato bellissimo girare per Venezia, vedere riconosciuto Matteo, e sentirsi dire “complimenti, bellissimo!”: penso che quello sia la cosa che comunque ti riempie più il cuore di qualsiasi altra cosa. E io devo dire che il film è quello che è solo per le persone che ci hanno lavorato e che ci hanno aiutato… ognuno di loro ha dato veramente tantissimo, quindi io spero che tutto vada bene, che possiamo trovare un distributore, che il film venga visto, soprattutto per tutto il lavoro che abbiamo fatto, perché ognuno di noi ci ha dato l’anima. Cioè di più, oggettivamente, in un progetto del genere, non potevamo fare.

E i programmi successivi? I prossimi progetti?

AF: In questi mesi portare avanti due progetti sempre di lungometraggi che abbiamo, e ci stiamo lavorando. Mentre cerchiamo un distributore, nel frattempo ci prepariamo per un altra cosa sperando che anche questa esperienza ci renda un pochino magari più semplice il cammino. Quindi, dopo questa esperienza ci piacerebbe farne un altra.

ML: Io aggiungerei solamente una cosa: personalmente sono felicissimo del fatto che il film sia stato molto ben accolto anche dagli stranieri, in particolare da francesi e americani, perché mi conferma che comunque anche se non sei nessuno, senza un nome, senza una raccomandazione, assolutamente nulla, con la forza di un’idea e di una squadra che sa fare quello che desidera fare, si può ottenere un’attenzione diversa da quella che siamo comunque abituati a ricevere. E speriamo che, insomma, si continui così e si aprano nuovi orizzonti per tutti, anche qui in patria naturalmente.

La recensione dell’opera Yuri Esposito a questo link.

Scritto da Rita Andreetti

Scrivo di cinema indipendente da quando ho iniziato a vederne. La mia passione per l'immagine in movimento movimenta anche le mie idee e la necessità di condividerle. Questo progetto di editoria indipendente e per gli indipendenti, nasce dalla volontà di evidenziare lo spessore professionale di quei giovani autori che ce la mettono tutta. E' grazie a loro che continua ad esistere un calderone di idee ribollente e produttivo. Io sto dalla loro parte.

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