Status vince Are You Series 2014: intervista ai registi

Noi di Indipendenti dal cinema ne parliamo da anni, ma non ci siamo ancora stancati di dire che il mondo delle webseries merita di essere osservato da molto vicino, soprattutto se si è interessati a capire quali direzioni prenderanno i medium audiovisivi più tradizionali nel prossimo futuro. Anche in un paese come l’Italia, che certo non può essere annoverato tra gli “early adopters” delle nuove forme di narrazione digitali, non sono pochi i casi in cui le tendenze più nuove e interessanti nascono e muovono i primi passi su Youtube per poi approdare nell’immaginario mainstream: The pills è forse uno dei primi e sicuramente il più lampante di questi esempi, tanto che le puntate vanno attualmente in onda su Italia 1 dopo che il canale Youtube ha totalizzato quasi dieci milioni di visualizzazioni; più recentemente ci siamo occupati di Preti (Priests), una delle poche webseries animate che è anche uno dei pochissimi prodotti di vera e aperta critica al mondo della chiesa cattolica in lingua italiana; infine ancor più recente è il caso di “Anche i supereroi pagano le bollette”, che si colloca all’incrocio tra un prodotto branded e una sorta di pubblicità progresso 2.0.
giovanardilomazziE’ certamente in questa stessa ottica, rivolta a cercare di anticipare e di plasmare le linee guida dell’audiovisivo di domani per raccontare il mondo di oggi, che il Milano Film Festival, in collaborazione con Banca Prossima (del gruppo Intesa Sanpaolo) ha lanciato il bando di concorso “Are You Series” con lo scopo di “raccontare il non profit in modo attuale” finanziando la produzione di una web serie che “racconti il mondo del non profit italiano, attraverso l’utilizzo di soluzioni creative e linguaggi innovativi”. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato un trio (?!) di registi bolognesi, Margherita Ferri, Renato Giugliano e Davide Labanti, con il progetto di webserie, di cui hanno realizzato la pilota, Status. Indipendentidalcinema.it ha intervistato i tre registi per farci raccontare come si vince un bando di questo tipo e cosa significa realizzare una webserie sul mondo delle cooperative nel 2014.

Innanzitutto la più ovvia e inevitabile delle domande. Il cinema mondiale presenta vari esempi di co-regie a due, ma ben pochi “terzetti”. Com’è nata questa idea di una regia a sei mani? Avete intenzione di lavorare ad altri progetti in comune dopo la realizzazione di Status?

Anche se ci conoscevamo già, nessuno di noi aveva mai lavorato in coppia o trio con altri registi. E’ stata una scommessa per tutti, nata dall’idea di realizzare una serie sulla cooperazione in modo cooperativo. C’è da considerare che cinema e serialità hanno dinamiche di scrittura e regia differenti: mentre al cinema il regista/autore è una sorta di unica guida, in una serie televisiva gli scrittori e i registi sono di norma una squadra, data la mole di lavoro che comporta realizzare molte puntate. La scelta di scrivere assieme e poi dividerci gli episodi da dirigere è ispirata al modus operandi delle serie americane, nelle quali i registi si alternano nella direzione degli episodi cercando di conservare un loro stile all’interno dell’estetica generale della serie.
Lavorare in tre è stato un rischio, ma siamo sorpresi da quanto poco abbiamo litigato! C’è stata subito una grande alchimia e un grande rispetto per il lavoro degli altri: abbiamo messo a confronto le nostre idee e siamo sempre riusciti a trovare soluzioni che soddisfacessero tutti.
Lavorare insieme in futuro è ancora un’incognita, ognuno di noi ha molti progetti in sviluppo, ma se consideri che di Status abbiamo girato solo il pilota, ora è meglio concentrarsi sulle restanti nove puntate!

Il tema di “Are You Series” è il mondo del no-profit. Come avete sviluppato il soggetto per la serie? Quanto è importante l’ambientazione bolognese?

Il tema del concorso era, a nostro avviso, non facile. Non volendo realizzare una serie comica o a sketch, avevamo bisogno di forze conflittuali in gioco fin dal primo episodio, di personaggi in cui identificarsi ma anche dotati di un lato oscuro. Dopo un’iniziale momento di panico abbiamo capito che per raccontare il no-profit non dovevamo per forza rappresentare dei valorosi volontari senza macchia. Anzi, abbiamo ritenuto molto più interessante partire da un personaggio totalmente distante dal mondo della cooperazione: un piccolo spacciatore. Seguendo le vicende di Fortunato, vogliamo che il pubblico si avvicini con lui al mondo della cooperazione e ne scopra le gioie e le difficoltà, le avventure e la fatica di mettere in piedi un progetto internazionale.
Bologna è la nostra città e ci teniamo che una parte della serie sia ambientata qui. Le strade, l’università, i bar sono parte della nostra cultura e il punto di partenza imprescindibile per la storia.

Status si propone come un coproduzione italo-albanese, abbastanza insolita ma decisamente interessante. Come è stata sviluppata questa collaborazione e perché proprio l’Albania come paese partner?

Gireremo a Bologna e in Albania dove il CEFA, la Ong che ci supporta e che ci ha ispirati, ha davvero realizzato progetti agricoli e sociali e ha una rete di persone entusiaste di lavorare con noi. Renato (Giugliano, uno dei tre registi ndr.) ha già girato un documentario proprio in quelle zone, quindi conosce le storie del cooperanti del CEFA in Albania e anche le persone locali. Questo è stato fondamentale sia per scrivere le puntate che per avere un’idea di cosa avremmo trovato una volta spostato il set dall’Italia all’estero.

Per i giovani talenti dell’audiovisivo, ma non solo, vincere concorsi a premi sembra essere ormai uno dei pochi modi per farsi notare, ma visto il livello sempre più alto dei prodotti in competizione – basti pensare al successo di portali come Userfarm e Zooppa – avere buone idee non è sufficiente, bisogna anche avere una solida struttura produttiva alle spalle che permetta di non dover “rompere il salvadanaio” per ogni singolo concorso. Come ci si approccia a questo tipo di competizioni? Voi avete trovato dei finanziatori o avete lavorato in economia sfruttando esperienza e mezzi personali?

Sicuramente partecipare al concorso “Are You Series” da soli sarebbe stato molto più difficile se non impossibile. Il cinema è un’arte che non si pratica in solitudine e una squadra di persone di talento era necessaria. In questo caso siamo stati fortunati perché la rete del cinema indipendente di Bologna è molto coesa e sapevamo di poter contare su una troupe di grande professionalità disposta per due giornate a lavorare gratis e ad investire con noi in questo progetto. kinodromo1Il Kinodromo in questo ha fatto da catalizzatore. Infatti il 90% della troupe tecnica e buona parte del cast sono membri di questa associazione che, oltre a gestire la programmazione del cinema Europa di Bologna, da un paio d’anni fa da “casa” per chi fa cinema in città e ama confrontarsi con i colleghi davanti ad un bicchiere di vino.
Noi tre registi abbiamo agito, per il pilota, anche da produttori, coprendo le spese vive di vitto, trasporto e noleggio materiali. Anna Scandola ed Elisa De Logu, oltre all’organizzazione, sono state fondamentali per presentare un piano finanziario coerente per il bando, cosa che è stata molto apprezzata. Avere una squadra di professionisti su cui contare è stato quindi decisivo. Inutile dire che ora siamo molto contenti di poter realizzare la serie e far quindi lavorare tutti quelli che con noi hanno investito tempo, talento e professionalità.

Il mondo delle webseries, da veicolo “povero” per giovani autori in cerca di visibilità, si è ormai trasformato in un medium socialmente accettato e riconosciuto anche dal mondo delle aziende, come ben dimostra lo stesso concorso “Are you series”. Quale credete siano le chiavi del successo di questo formato?

Se la webserie è diventata un nuovo tipo di prodotto, noi lavoratori del cinema e dell’audiovisivo non possiamo che essere contenti. Significa che ci saranno sempre più occasioni per raccontare delle storie e fare quello che noi chiamiamo “il lavoro più bello del mondo”. Secondo noi, il successo delle webseries risiede in una commistione di fattori tra i quali la brevità, la facilità della fruizione e l’enorme ventaglio di contenuti differenti che possono essere adattati a questa forma di racconto.
Siamo contentissimi delle motivazioni per le quali abbiamo vinto il concorso perché è chiaro che le nostre intenzioni sono state colte e apprezzate in pieno dalla giuria. Volevamo infatti realizzare un prodotto che fosse, prima di tutto, di qualità tecnica e artistica. L’attenzione alla fotografia e alla recitazione è stata la stessa che avremmo messo in un film per il cinema. La scrittura e lo sviluppo della storia fanno invece riferimento alla grande serialità americana, che negli ultimi anni ha rivoluzionato le modalità di fruizione delle storie e dei contenuti audiovisivi in tutto il mondo.
In Italia è difficile riuscire a produrre serie come Breaking Bad, Misfits, Lost o Game of Thrones non perché manchino scrittori di talento o registi in grado di realizzarle, ma perché quasi tutte le televisioni non sono ancora uscite dall’enpasse della rappresentazione buonista e mediocre della fiction all’italiana. Per fortuna qualcosa inizia a muoversi: con Gomorra prodotto da Sky, 1992, Boris, le grandi emittenti stanno capendo che si può e conviene produrre ottime serie. Sicuramente il web è più libero, immediato, e arriva prima in quei luoghi che i giganti dell’industria audiovisiva faticano a vedere. Sul web si può provare e fallire cento volte, si può rimanere sempre nell’ombra ma si può anche emergere e riuscire a far arrivare la propria storia fino ai canali distributivi tradizionali.

Scritto da Giorgio Casa

Amo e studio il cinema da sempre, da qualche anno ho iniziato anche a scriverne con eguale passione. Ho aderito con entusiasmo al progetto di IDC perché credo fortemente che nel grande calderone dell'undeground indipendente ci siano tanti autori e tante opere che meritano di essere scoperte, promosse, rivalutate; che debba e possa esistere uno spazio in cui potersi esprimere al di fuori della pura logica del profitto.

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