Quale memoria

Regia di Eugenio Di Fraia e Gianni Lacerenza

Voto della redazione

titoloIl cortometraggio Quale memoria è l’acuto e toccante risultato del progetto didattico, che affronta il tema della Shoah e della sua cognizione tra le ultime generazioni, realizzato dai giovani registi  Eugenio Di Fraia e Gianni Lacerenza, alla guida di un gruppo di studenti di scuola media inferiore.

Il racconto ritaglia dalla quotidianità scolastica due intensi episodi, la lettura in aula del classico Se questo è un uomo di Primo Levi e la visita guidata al campo di concentramento di  Mauthausen, quali snodi essenziali per sollevare riflessioni palpabili e ragionevoli dubbi, filtrati dagli sguardi e dalle voci dei giovanissimi protagonisti.

Sin dal trailer, ripreso nei titoli di testa,  si impone chiaramente come gli autori abbiano voluto mettere il loro talento al servizio della “problematizzazione” del senso comune e della tradizione della “Memoria”, quella per antonomasia sacralizzata nel “Giorno della memoria”, come monito e patrimonio morale condiviso. Icastica e inequivocabile appare la metafora del gioco “Memory”. L’allusione ad una critica della com-memorazione, come reiterazione di immagini da immagazzinare e ritrovare identiche a se stesse, di volta in volta, in una situazione deputata (come per il gioco da tavola) quale è una data, il 27 gennaio, ufficialmente fissata nel calendario sociale. Una iconografia stereotipata e meccanica (elemento compositivo del gioco Memory) in cui in un estremo paradossale sarà proprio il riconoscimento di una certa “estetica” (il bianco e nero, il corpo scheletrico, gli indumenti a strisce, il filo spinato) anziché i contenuti storici e i valori morali, a discernersi e non confondersi con le altre atroci immagini di sfollati e vittime civili di guerra, che pervadono giornalmente l’agenda dei media.
Fermarsi a celebrare-contemplare le vittime delle più grandi atrocità del passato come un dovere istituzionale, senza contestualmente dibattere come tale dovere possa incidere giorno dopo giorno.memory

Questi i quesiti sollevati sin tal titolo, con cui fa il paio l’interrogativo logico che vorrebbe muovere al superamento di un senso di devozione astratta: “Come fare ad avere memoria di qualcosa che non si è provato?”.
Come provare dunque a intendere quell’inconcepibile offesa, che Primo Levi definisce “la demolizione di un uomo” e soprattutto conservarlo nel tempo? La parabola narrativa che coglie la scolaresca disattenta e svogliata durante la lettura in aula di Se questo è un uomo, per poi piombare nello smarrimento dei luoghi dello sterminio e tornare infine tra le mura scolastiche, suggerisce sottesamente di abbandonare gli slanci più utopici e ideologici, per calarsi pragmaticamente nel vissuto quotidiano, quale è in questo caso quello adolescenziale, e in genere quello delle nuove generazioni sempre più esposte alla dispersione del senso, perché sempre più vincolate alla “rappresentazione delle testimonianze”, ora che le “testimonianze viventi”, sono necessariamente più rare. Quei numerosi “Mi ricordo la fame, il freddo, le botte, l’appello ecc …” che in un enfatico montaggio sonoro si confondono con i pensieri inquieti dei ragazzi. Dopo aver ripercorso sotto la guida degli insegnati (a loro volta inevitabilmente sprovvisti di risposte) il portato storico dell’Olocausto, se un sentimento emerge in superficie, questo va estrapolato, e nella sua essenza  ricercato oggi, nelle più grandi e nelle più piccole forme.

primo pianoE qui, riprendendo il trailer nel finale, ecco che l’ “immagine della caramella” si materializza in una “caramella reale” tra le mani dei ragazzi. L’uno la dona all’altro, pegno di rispetto, solidarietà e uguaglianza, in una condivisione di sguardi e azioni semplici, ma che si imprimeranno indelebili nella memoria personale, sin da quando alla spensieratezza o alla scoperta dell’amore, prendono ad intrecciarsi questioni più grandi, quali la fede, la multiculturalità, il bullismo, la disabilità, l’alienazione tecnologica. Levi denunciava la rassegnazione all’impossibilità di esprimere a parole il proprio dolore, la paura dell’incomunicabilità di una realtà inumana non vissuta. L’originale intuizione di “Quale memoria” ipotizza che persino l’overdose di immagini, testimoni fedeli, paradossalmente conduca alla stessa impermeabilità, e che dunque, l’autenticità del ricordo partecipato non possa più essere rimesso a momenti isolati, minuti di silenzio collettivi e ufficiali, ma vada costruito individualmente e sin dalla più giovane età, nella presunta irrilevanza di certi piccoli gesti, nella messa in discussione costante di ciò che realmente contraddistingue l’essere umano, ovvero la sua identità e dignità.

Scritto da Carmen Albergo

"La mia unica intelligenza è stata quella di capire che non ero intelligente, nonostante coloro i quali me lo dicono. La mia intelligenza è a lampi, a frecciate, a strappi, mentre l'intelligenza coordina lampi e frecciate fino a produrre una illuminazione nella quale le forme adottano un certo risalto. Manco di illuminazione e conto solo su questi rapidi bagliori, che mostrano bruscamente il posto inconsueto degli oggetti" (J. Cocteau)

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