Pomodoro nero

Regia di Antonio Laforgia, Rossella Anitori e Raffaele Petralla

Voto della redazione

Mediterraneo: culla di culture e tradizioni secolari; l’azzurro delle onde separa le coste frastagliate dell’Italia da quelle del Nord Africa, ma anche le rispettive realtà e problematiche. Mentre nei vari Paesi dell’UE si discute di debiti, crisi finanziarie, titoli di stato ed investimenti, oltremare c’è chi di preoccupazioni ne ha già tante, drammaticamente legate alla sopravvivenza quotidiana, e che pertanto l’Europa la guarda col binocolo, sognante di potersi ritagliare, un giorno, il proprio piccolo angolo di benessere.075155381-976355ce-9419-40a4-ac7a-7b5c7d8b0a21 Riuscire a compiere la traversata è solo l’inizio dell’odissea che attende molti degli immigrati irregolari: la cattiveria umana, infatti, non conosce frontiere.

Pomodoro nero, breve ma intenso documentario firmato da Antonio Laforgia, Rossella Anitori e Raffaele Petralla, pone in primo piano la dura realtà dello sfruttamento degli immigrati irregolari nei campi del foggiano, costretti ogni giorno a lavorare a ritmi incessanti per sradicare con le mani sanguinanti quegli ortaggi che divengono merci, esattamente come chi li raccoglie.

pomodoronero Le riprese ci mostrano la disumanità in cui riversano le condizioni dei lavoratori, i quali si trovano a dover (soprav)vivere all’interno di baraccopoli costruite da loro stessi con lamiere e altri oggetti di scarto per poter riposare la notte, o perlomeno provare a farlo, data la frequente impossibilità nel dormire a causa della fatica e dei molteplici dolori fisici, come alcuni di loro confessano alla telecamera. La regia schiva eventuali virtuosismi di macchina dedicandosi alla cruda trasposizione del degrado e della sofferenza, principalmente tramite interviste che costituiscono una valvola di sfogo per chi, colmo di rabbia e dolore, ha deciso di rinunciare alla propria famiglia, ai propri usi e costumi in cambio del massacro giustificato da pochi, miseri spiccioli. I dettagli catturano sguardi, oggetti e particolari degli interni dei capanni, supportando così l’essenza del cortometraggio nel constatare la drammaticità di una storia di sfruttamento.

Scritto da Andrea Epifani

"ci vuole un giusto equilibrio tra l’essere creativo e “funzionare” bene socialmente. Troppa creatività e non si è integrati bene in un contesto sociale. Ribaltando l’equilibrio si perde in creatività. Ma tutte le persone realmente ispirate che conosco sembrano in un certo senso un po’ matti. Ma è un piacere averle intorno." BRIAN MICHAEL BENDIS

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