L’ultimo sogno di Howard Costello: il caso

Può essere considerato un classico del cinema un piccolo ed anarchico film girato tra il 2011 e il 2012? E può un regista di soli 31 anni essere già inserito tra gli autori della storia del cinema? La risposta più razionale è: naturalmente no. Ma per ogni razionale regola ci sono eccezioni rarissime. L’eccezione si chiama L’ultimo sogno di Howard Costello, un film a cui calza bene la definizione di classico del cinema underground.

Qual è l’incredibile storia di questo film e del suo autore Michele Diomà?

Locandina Francese L'ultimo sogno di Howard Costello

L’ultimo sogno di Howard Costello è un film muto, in gran parte in bianco e nero, che parla di metempsicosi e reincarnazione. Dalla durata anomala, 68 minuti, e dallo stile assolutamente innovativo. Dopo le prime proiezioni a Roma sembrava avere tutte le caratteristiche per essere rifiutato dall’industria del cinema, o almeno per essere relegato al ruolo di prodotto troppo sperimentale per il mercato. Ed infatti per diversi mesi, dopo la realizzazione del film, vari distributori italiani pur apprezzandone la indubbia qualità fotografica e narrativa, sottolineavano che il pubblico addomesticato dalla TV, non avrebbe mai scelto di andare a vedere un film così anarchico. Ecco che Michele Diomà, conscio della realtà distributiva italiana, provò a perseguire la pista francese. Un’idea destinata a rivelarsi vincente.

Nel marzo 2013 in Francia scoppia il caso L’ultimo sogno di Howard Costello, dopodiché il film riesce a suscitare interesse anche in Italia, bissando così quanto era accaduto già altri registi italiani, prima apprezzati oltralpe e poi in patria. RAI News24 dedica uno speciale al film e da quel momento inizia ad essere venduto all’insaputa dello stesso autore, su bancarelle in copie masterizzate. Diomà ha scoperto che il suo film era sui banconi dei mercatini di Pordenone, di Catania ed una sera trovò personalmente una copia a pochi passi dalla centralissima Piazza del Popolo di Roma. Un successo sicuramente inatteso che lo stesso giovane regista non avrebbe mai potuto gestire. Fortunatamente però la vita a volte regala dei risarcimenti.

Immagine Howard 2

Il caso ha voluto che Michele Diomà in seguito all’incredibile successo del suo esordio alla regia, abbia conosciuto il leggendario produttore Renzo Rossellini, che ha all’attivo film come La città delle donne e E la nave va di Federico Fellini, solo per citare due titoli. Un incontro che ha generato la nuova opera di Michele Diomà. Si tratta di Born in the U.S.E. – Nato negli Stati Uniti d’Europa. Al film hanno preso parte i premi Oscar Giuseppe Tornatore ed il compositore Luis Bacalov, oltre al genio del cinema civile Francesco Rosi.

Indipendentidalcinema.it ha incontrato Michele Diomà e gli abbiamo fatto alcune domande su questo progetto.

Michele cosa ha significato per te passare in soli due anni da un esordio auto-prodotto ad un film con un cast, a dir poco eccezionale, come quello di Born in the U.S.E?

Credo che oggi a differenza di soltanto pochi anni fa, produrre un film, sia relativamente facile. Quello che è più difficile è essere anarchici. Con questa frase intendo dire che il cinema come tutte le altre cose della nostra epoca, tende ad una omologazione. Sempre più spesso sembra di vedere un unico regista che gira un lungo film a episodi. Per questo motivo quando insieme a Renzo Rossellini abbiamo iniziato a progettare Born in the U.S.E. ho subito individuato le personalità che avrei voluto mettere nel film. Per tornare allo specifico della tua domanda, posso dirti che le modalità di lavoro tra il mio esordio e questo progetto sono state pressoché identiche, pur trattandosi di progetti completamente diversi.

Michele Diomà

– Michele tu hai soltanto 31 anni, un’età in cui in Italia e raro per non dire impossibile trovare un regista con all’attivo già un film internazionale e un progetto appena concluso con due premi Oscar ed un Maestro del cinema come Francesco Rosi. Come ci sei riuscito?

E’ necessario ignorare tutti i buoni consigli. Non dimenticherò mai quegli addetti ai lavori del cinema, che fino a poco tempo fa provavano a darmi suggerimenti, dicendomi che il cinema è complicato, che c’è un apparato burocratico da rispettare…ecc. Tutte idiozie per sfiduciarmi. Io sono andato avanti mettendo sopra ogni altro interesse la mia estrema passione per il cinema. Certo, ti posso confermare che in Italia gli esordi in genere nel cinema si fanno dopo i 40 anni. Mi sembra ridicolo, come tante cose che avvengono in questo paese, che potrebbe mettere invece il cinema alla centro della propria vita culturale ed industriale. Perché non dovremmo mai dimenticare che quella italiana è stata la cinematografia più importante del mondo. La più rivoluzionaria sul piano produttivo con Roberto Rossellini, la più poetica con Federico Fellini, quella maggiormente capace di analizzare gli aspetti più oscuri della società con Francesco Rosi ed Elio Petri, la più esteticamente perfetta con Luchino Visconti, la più internazionale con Bernardo Bertolucci, la più ironica con Pietro Germi e Mario Monicelli. Potrei continuare davvero a lungo.

Howard Costello

A chi addebiti la responsabilità di questo cinema italiano diventato provinciale?

Beh il grande cinema italiano, aveva dietro grandi produttori; Franco Cristaldi, Goffredo Lombardo, Angelo Rizzoli, Alberto Grimaldi, Dino De Laurentiis, Daniele Senatore ed altri. Mentre oggi? Chi produce i film? Chi rischia di fare un tonfo con soldi propri investendo sul progetto rivoluzionario di un giovane? Assolutamente nessuno. Io sono diventato produttore per disperazione. Quando a 25 anni scrissi L’ultimo sogno di Howard Costello, provai ingenuamente a mandare la sceneggiatura e la descrizione estetica del progetto ad un po’ di case di produzione. In genere la risposta, quando mi rispondevano, era pressappoco questa: “Ma veramente lei vuoi fare un film sulla reincarnazione? Su uno che sogna di vivere nel corpo di un gabbiano? Ma chi so’ viene vedè sto film?… Lei mi sembra una persona in gamba Diomà, si metta a scrivere una commedia con un pizzico di sociologia, che poi si trovano al Ministero due soldi per farla esordire!”

– Ed invece poi come è andata a finire?

E’ andata a finire che ho venduto un’automobile e per un anno ho messo nel salvadanaio tutto quello che potevo. Ricordo ancora con emozione quel salvadanaio che comprai da un Tutto a un Euro in un negozio gestito da cinesi vicino piazza Vittorio a Roma. Sul salvadanaio c’era il disegno di un porcellino opulento, che contava un fascio di dollari. Ricordo che quando aprii quel salvadanaio di latta con un apriscatole, mi ferii lievemente il palmo della mano sinistra. Chiamai subito quella ferita: le stigmate del cineasta. Da quel giorno ebbe inizio la mia avventura di filmmaker anarchico.

Scritto da Paoletta Viviani

Critica d'arte. Vive a Roma. Laureata prima in economia e poi in storia dell'arte, con specializzazione nelle arti audiovisive. Si occupa dai primi anni '90 di relazioni internazionali tra i paesi francofoni e l'Italia.

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