Le strade di marzo

Regia di Officina dei Media Indipendenti

Voto della redazione

Faccio parte di quella generazione che l’11 marzo del 1977 non era nemmeno nei pensieri, per cui non sapevo prima della visione di Le strade di marzo cosa accadde in quella data a Bologna, la mia città. Scopro quindi dell’assemblea di Comunione e Liberazione contestata dai ragazzi della sinistra extraparlamentare, contestazione che portò a scontri con le forze dell’ordine e all’uccisione, durante uno scontro a fuoco, di un ragazzo militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. Le strade di marzo raccoglie in quindici minuti testimonianze rapide e dirette, di chi c’era e ha ben scolpita nella memoria l’atmosfera di quel periodo.

le-strade-di-marzoSono le parole a farla da padrone in questa documentazione, parole pronunciate con quell’accento che riconosco come mio e che si riferiscono a un periodo molto caldo della storia del nostro Paese. Parole di persone over 40, magari stanche, che hanno ancora nella memoria le battaglie di allora che non si sono mai concluse, ma che si vedono mantenere la stessa passione politica di quando di anni ne avevano 20.

Si parla spesso di “nostalgia di epoche mai vissute” attribuita alla mia generazione, e vedendo questo video a metà tra il reportage e il documentario vero e proprio mi rendo conto di che cosa si senta la mancanza in questi ultimi decenni.
Alla mia generazione manca sicuramente il poter credere in qualcosa che sia fonte di entusiasmo politico, quell’entusiasmo che quarant’anni fa ti faceva radunare “in piazza tutti i giorni” con altre centinaia di persone che la pensavano come te.

Mancano gli ideali che portavano i giovani a discutere e a condividere concetti, opinioni ed emozioni, legati a una ideologia politica che raccoglieva grandi masse, in schieramenti netti e senza sfumature. Il ’77 non era un periodo di moderazione, o si era da una parte o si era dall’altra, e questo rendeva le cose estremamente semplici e allo stesso tempo complesse. La morte di un compagno – per Sartre si è compagni solo se si ha un progetto comune da compiere insieme – è un fatto tragico, di cui si cercano i responsabili con rabbia, che però unisce ancora di più chi è rimasto in vita attorno a un ideale.

“Ho cercato di non vivere la storia da sconfitto” dice l’ultimo intervistato del documentario. Forse è questa la nota amara di fondo. La lotta è stata sconfitta e prevale la moderazione, che spesso si traduce in sola inefficacia.

Scritto da Sara Querzoli

Nata a Bologna nel 1989, laureata in Scienze della Comunicazione nel 2013, da sempre interessata al funzionamento dei media, cinema compreso.

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