Intibah

Regia di Svevo Moltrasio

Voto della redazione

1978818_705998749460745_5438625829381894920_nSvevo Moltrasio e Federico Iarlori hanno perso le parole. E questo, pazienza, capita a numerosi scrittori e registi. Ma poi c’è n’è una, che si suol dire stia proprio sulla punta della lingua, quella definitiva, che rende giustizia ad ogni conclusione, per sconclusionata che sia…che a loro proprio non va giù di averla persa.

A’ la recherche du mot perdu Moltrasio, qui nella doppia veste di regista e coprotagonista, dedica il suo mediometraggio parigino dopo il cortometraggio Une famille.

Realizzato in una duplice versione italiana e francese, Intibah inizia come una normale commedia e termina in un caleidoscopico e amabile nonsense di generi e arti disparate. Una sorta di vaudeville in chiave pop in un film quasi pulp.

In primis solo la città (Parigi) e due uomini (Giuliano e Fabrizio) dalle diverse personalità e prospettive di vita, che si combattono in un alterco verbale, e linguistico, a causa della crisi della loro inspirazione. Dopo poco arriva il sogno (dove si parla rigorosamente francese): Julien e Fabrice (alter ego da romanzo dell’ottocento dei due ragazzi) si ritrovano a scrivere di nuovo insieme come un’unica entità. I due protagonisti scrivono un romanzo a puntate su un giovane artista in crisi, autobiografia e serialità ovviamente. Il successo non si fa attendere, essendo Facebook il mezzo del riscatto.

Ed ecco che il lato comico e surreale prende piede fino al parossismo: non mancano boyband, il nazismo e nemmeno Lady Gaga, congiuntura determinante di ogni eccesso e smarrimento. Ma ciò che sfugge è sempre una parola.

10447043_720757974651489_709138453098233353_nTutto è doppio: vita passata e presente dei protagonisti, romanticismo e modernità, confronto tra attualità e controparte onirica. Doppia è la lingua come doppi sono due artisti che cercano uno spazio lungo una strada lastricata di insuccessi, e forse di occasioni mancate.

Questa crisi della scrittura ai tempi di Facebook e questa vita dell’arte ai tempi della crisi, o, meglio, viceversa, non è in altre parole che una storia d’amore. Il motore della narrazione è il tema della ripresa, della riaccensione delle passioni: dell’arte in primis, tramite il sogno che è più denso di occasioni vitali della vita, e anche dell’amore, tramite il legame d’amicizia tra i due protagonisti.

Divertente, nel suo senso etimologico: fa volgere lo sguardo altrove per “ricreare”.

Scritto da Michela Resta

"Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti... "

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