Intervista a Jacopo Cullin e Joe Bastardi, vincitori di Visioni Sarde 2014

Buio, co-diretto da Jacopo Cullin e Joe Bastardi, vince l’edizione n.20 di Visioni Italiane, sezione Visioni sarde, per (e non solo) l’omaggio, caldo e affettuoso, agli splendidi paesaggi e alle vedute mozzafiato della Sardegna, terra che lega i due registi, entrambi di radici insulari. Abbiamo sbirciato anche nel backstage, dove si respirava un’atmosfera serena, insieme divertente e competente, miglior risultato della classica frase “fare le cose che piacciono, bene e divertendosi”. Andiamo ora più a fondo con i due registi, a far luce in questo “Buio”, parola che evoca rimandi anche inquietanti, ma che in questo caso nasconde tutt’altro.elenco_189209

Cos’è il “buio” nel corto?

Jacopo: Il “buio” nel corto è ovviamente una metafora. Per i bambini è la fine dei giochi, quindi fino a quel momento danno il massimo e giocano il più possibile, per i grandi questo concetto invece sparisce man mano che cresciamo, pensiamo di poter giocare quando ci pare, dimenticando l’aspetto ludico della vita e perdendoci nei pensieri che non fanno altro che oscurare la nostra mente, quel “buio”, appunto, è inizialmente nelle giornate del protagonista.

Il corto mostra un’alternanza registica di campi lunghi ad ampio respiro e piani più stretti e intimisti: “bisticci tra registi”? Com’è stato lavorare insieme?

Jacopo: Nessun bisticcio, anzi. E’ ovvio che avendo scritto il cortometraggio, avevo in mente esattamente come girarlo, però ogni inquadratura è stata scelta per il bene del film. Joe è stato un efficace occhio esterno e ha scelto a mio parere una delle inquadrature più belle del corto, quella del brindisi, bella e funzionale.

Joe: Ci siamo trovati molto bene e il feeling che si è creato nella fase di pre produzione ci ha permesso di arrivare sul set con le idee molto chiare. Per me è stata una grande palestra, ho osservato con molta attenzione il lavoro degli attori, specialmente quello di Jacopo. E’ stata una bellissima settimana di riprese!

Chiedere se il tema del cortometraggio può essere autobiografico è superfluo, perché il ricordarsi e il riassaporare i veri e puri piaceri, che solo l’illusione infantile può regalare, è comune un po’ a tutti; ma scavalcando questa generalizzazione, cosa vi ha spinto veramente a trattare questo tema? Le stesse motivazioni?

Jacopo: La sceneggiatura non è stata frutto di una collaborazione, ma rappresenta un momento della mia vita che credo Joe vivrà fra qualche anno essendo molto più giovane di me… maledetto! Rappresenta un post-it video per i momenti di difficoltà. Le crisi nella vita sono cicliche ma a volte ci dimentichiamo di averle già vissute e commettiamo gli stessi errori. In questo modo magari si possono evitare, o almeno ci spero.

Una domanda per ciascuno adesso: Jacopo, tu hai lavorato come attore con produzioni con la P maiuscola, com’è rimbalzare da quel mondo, “questo sconosciuto” per molti, a realtà più personali, più “indipendenti”? Dalle stelle alle stalle, o magari anche il contrario?

Rimbalzare da una parte all’altra è fantastico perchè sono due mondi paralleli, due modi di lavorare completamente diversi. Il primo è molto settoriale, l’assistente di regia si occupa degli attori e basta. Nelle piccole produzioni invece, tutti fanno tutto e si crea un clima meraviglioso sul set, ci si affeziona più facilmente al progetto. Di contro però c’è che quando si fanno troppe cose, è difficile farle bene e quindi servono più persone, più figure, più soldi… produzioni più grandi appunto.

Joe, guardando un altro tuo corto, di cui sei regista (“Un atto di dolore”, anche questo in concorso a Visioni Italiane, in cui il tema è l’abuso sui minori), non si può non notare un’estrema differenza sia di contenuti che di linguaggi rispetto alla leggerezza e all’ironia di Buio: in quale ti rispecchi e ti riconosci di più?

Ho una visione del mondo ancora in fase di formazione, ma radicalmente diversa da quella del protagonista di Buio. Per quello che è stato il mio vissuto, sono una persona profondamente disillusa e che non cede alla speranza. Anche se devo ancora elaborare e approfondire una mia poetica, mi sento più vicino ad Un atto di dolore.

ah e poi scusami…ultima domanda! all’anagrafe fai Giovanni Piras, meglio Joe Bastardi?

Joe: È iniziato tutto come un gioco ma oggi molti mi conoscono come Joe Bastardi! Allora l’ho tenuto, anche per soddisfare un certo grado di narcisismo, ma preferisco essere chiamato semplicemente Joe, o Giò!

Scritto da Matteo Agamennone

Sceneggiatore e regista, classe '84, ha un pò girovagato e lavorato in tutta Italia, stabilendosi attualmente a Bologna. Per deformazione professionale e scelta personale, da sempre sostenitore, promotore e autore di cinema indipendente.

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