Happy Farm

Regia di Erica Kraft e Alessandro Lucca

Voto della redazione

Dall’incontro tra una graphic designer e un fotografo con la passione per i documentari sui viaggi, nasce un cortometraggio horror dall’anima green. Happy Farm ha inizio a Luino, piccolo comune del varesotto confinante con la Svizzera, e dal nome ricorda, forse per semplice assonanza, uno di quei giochi online in cui bisogna simulare la vita di un agricoltore costruendo una realtà fittizia idealmente perfetta, dove la preoccupazione maggiore consiste nel piantare alberi e allevare animali: un ritorno all’economia prodotta dalle risorse della terra con mezzi solo virtuali che genera un paradossale e distorto stile di vita.

Happy farm1A metà tra le atmosfere surreali di Jeunet (si pensi a film come Delicatessen) e lo zombie movie a sfondo ecologista, gli autori Erica Kraft e Alessandro Lucca costruiscono una commedia nera senza utilizzare dialoghi ed esasperando azioni apparentemente innocue e automatiche, che vengono rilette in una chiave distopica. Tutto ha inizio durante una canonica giornata di un imprecisato futuro (sicuramente apocalittico) in una campagna qualsiasi (piuttosto abbandonata). Un fattore, che riconosciamo dai soli strumenti di lavoro (gambali e forcone) si reca in una stalla per dare da mangiare agli animali. Nello stesso momento una anziana casalinga, carrellino della spesa al seguito, si affretta a rientrare a casa per preparare la cena. Onnivori senza pietà, in tavola i due coniugi troveranno una pietanza ancora più familiare degli animali allevati …

Dettagli e trucco, “minimal” per il genere, restituiscono bene l’ambiente; la fotografia dai toni caldi che osa giocare con le profondità di campo per dissimulare e rimandare i colpi di scena, determina la fattura stilistica del cortometraggio, non solo in senso estetico, modellando un risultato apprezzabile e un messaggio chiaro senza strafare con inutili effetti.

Non più entusiasmante come negli anni 70 e 80 l’horror ecologista continua ad essere comunque uno dei generi più utilizzati per esprimere la degenerazione di una società famelica e ormai in decadenza, che sta già facendo i conti con gli zombie da lei stessa creati.

Scritto da Michela Resta

"Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti... "

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