Halibut

Regia di Lorenzo Bechi

Voto della redazione

Halibut locandinaContinua la telecronaca delle produzioni di uno tra gli autori più indipendenti del panorama italiano, Lorenzo Bechi, una vecchia conoscenza delle pagine di Indipendentidalcinema.it.

Il nuovo Halibut è un film che si spinge fino alla videoarte, azzardando molto di più di quanto i precedenti Bathrooms, Seguo il salto del cocumat e vado verso Occidente e il primo Il talento del bianco avessero fatto. L’incipit del lungometraggio ci spinge in un giullaresco universo metacinematografico, con cui piacevolmente si mandano a quel paese le bibliche regole narrative: sono personaggio e spettatore ad essere coinvolti in un dialogo diretto che si ripete, scandito da sette capitoli sempre più carichi di allucinazioni.

Quello che attraversa lo schermo è uno stuolo di personaggi sui cui aggettivi potremmo spenderci copiosamente: goffi, strambi, dissociati, associali, quasi fobici, seppure umani e concreti, maniaci, malati, buoni, così buoni da scatenare tenera empatia; parlano schiettamente del loro mondo che di normale potrebbe non avere più nulla, se non fosse per quel candore con cui si chiacchiera di irregolare vitalità. Non a caso, tutto si regge sulla metafora dell’Halibut, un pesce che nuota nelle profondità più basse: i protagonisti di Bechi sono infatti coloro che stanno al fondo della “scala sociale”. Ciascuno si fa portavoce di un atteggiamento o di una follia che la comunità notoriamente condanna o giudica, alcuni dei quali addirittura celati dietro una maschera – o semplicemente è la maschera che rivela dall’umanità la loro natura più intima -. Se poi questi hanno tutti 33 anni, si sta delirando su un piano mistico-religioso…

Halibut 2Bretchiano nel suo distacco, velatamente volgare quanto mai lo è gratuitamente, Halibut è un film che calca e ricalca sul “Dicono di me…”, rendendo il giudizio dell’altro il vero deus ex-machina di questa povera gente. Nessuno scappa dalla valutazione della società, e a quella tutti ci dobbiamo rimettere per vivere una vita serena. Qualunque cosa si voglia intendere per serena. Di certo, nelle vite e nelle chiacchiere degli innominati, c’è tanta noia e incomprensibilità. C’è una forma di energia distruttiva quanto un erotismo sboccato e in-indirizzabile. Ci sono tempi lenti e pause imbarazzanti.

Navigato esploratore del bianco e nero, anche questa volta la cinematografia e le scelte stilistiche di Bechi non deludono, sebbene continui a muoversi nello squattrinato indie nudo e crudo. Leggiamo un leggero scompenso narrativo tra la prima e la seconda parte che ha reso il personaggio del pescatore, il Virgilio di questo viaggio, il meglio riuscito: è lui che ci introduce nel mondo degli Halibut, è lui che meglio di tutti li rappresenta nel danzare con la sua immaginaria mogliettina. E poi, finalmente, qualcuno ha pensato a recuperare con aggraziato citazionismo, quella celeberrima scena di Forrest Gump dove Bubba illustra tutte le varietà culinarie di gamberi. Preparatevi agli Halibut, questa volta.

Scritto da Rita Andreetti

Scrivo di cinema indipendente da quando ho iniziato a vederne. La mia passione per l'immagine in movimento movimenta anche le mie idee e la necessità di condividerle. Questo progetto di editoria indipendente e per gli indipendenti, nasce dalla volontà di evidenziare lo spessore professionale di quei giovani autori che ce la mettono tutta. E' grazie a loro che continua ad esistere un calderone di idee ribollente e produttivo. Io sto dalla loro parte.

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