Goodnight Sofia

Regia di Leonardo Moro

Voto della redazione

6256528349_b1e049f2e0_bUn augurio, “buona notte Sofia”. Il nero si protrae sullo schermo, simula gli occhi chiusi e dilata nel fuori campo l’intimità dell’ascolto. Le parole, che scandiscono i versi di Mark Strand e Joseph Brodskij sulle melodie di Chopin e Beethoven,  sono il sogno del poeta mitologico, l’impresa di Orfeo di voler richiamare un’assenza alla vita, di poter riscrivere un incomprensibile addio. Le riprese si susseguono come gli scompartimenti di un treno, locomozione cinematografica di memorie dolorose e di vedute ricomposte nel flusso libero della coscienza. La voce narrante disvela e risolve, isola i dettagli dei ricordi, personali ed artefatti, come raccordi tra i frame di un film da rimontare.

La fugacità della trama racconta di un volto assorto in attimi e luoghi sconosciuti, di identità insepolte in archivi senza tempo, del cinema delle origini, linguaggio di meraviglia. Il desiderio nostalgico è risalire all’infanzia, alla felicità e alla facilità perduta di darsi e mettersi in gioco, in vita. “Ricominciare dalle risate dei bambini” è il pensiero di Rimbaud trasposto in immagini, mentre la sovra-impressione rimanda altri passi di “Mattinata d’ebbrezza”.

6256517431_287c323533_bGoodnight Sofia, è l’opera prima, autoprodotta e liberamente distribuita, secondo i termini di “Creative Commons”, dal regista Leonardo Moro e dal direttore della fotografia Lorenzo Robusti; un esordio esemplare, non solo nella resa suggestiva, quanto nel costituirsi perentoria dichiarazione di intenti autoriali: la volontà di esplorare le frontiere del cinema come mezzo espanso, di sperimentare le fusioni prospettiche della rappresentazione e della fruizione visiva. Tutto senza chiedere il permesso. Non occorre, se il budget è nelle ristrettezze delle proprie tasche e lo slancio creativo è nell’audacia di vivere se stessi come ispirazione.

Leonardo Moro affronta la rielaborazione del lutto paterno come esperienza umana e prova professionale di formazione. Nella sospensione improvvisa e amara della propria vita, convoglia le forze e le risorse di cui dispone per abbracciare con un unico sguardo non solo la figura paterna, quanto la pluridimensionalità esistenziale del monologo interiore, tanto quello dell’uomo, che ha perso la misura di sé stesso, quanto quello dei luoghi, culla e battaglia di memorie, documenti inquieti del passato, rimessi alla storia dalla riproduzione fotografica.

6257022610_d4e50da8fe_bIl viaggio è liberazione dall’insostenibile senso di vuoto del tempo che verrà, indifferente al gelo della solitudine; del peso di ombre invisibili, che vanamente si cerca di eludere nelle strade buie e deserte di una grande città, nei sentieri di luci delle insegne luminose bagnate dalla pioggia. Il regista staglia programmaticamente il percorso visivo sul componimento del poeta statunitense, Mark Strand, Elegia per mio padre, perché in esso trova la propria riconciliazione: il coraggio di restituire l’ombra del “corpo vuoto”, senza temere il rischio della dimenticanza o il rimpianto eterno di un impossibile ritorno.

La tua ombra è tua, glielo dissi, l’ho portata con me troppo tempo. La restituisco”.

Scritto da Carmen Albergo

"La mia unica intelligenza è stata quella di capire che non ero intelligente, nonostante coloro i quali me lo dicono. La mia intelligenza è a lampi, a frecciate, a strappi, mentre l'intelligenza coordina lampi e frecciate fino a produrre una illuminazione nella quale le forme adottano un certo risalto. Manco di illuminazione e conto solo su questi rapidi bagliori, che mostrano bruscamente il posto inconsueto degli oggetti" (J. Cocteau)

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