Fame – Le 500 regole della convivenza

Regia di Andrea Pertegato

Voto della redazione

La crisi economica è un oggetto difficile da descrivere, in particolare per l’arte del cinema. Essa è stata (ed è tuttora) un fenomeno complesso che, per quanto enorme, è stato attutito dagli strumenti finanziari e ha colpito più forte alcune categorie, mentre altre solamente di striscio. Come rappresentare un fenomeno che i giovani intravedono solamente? Il cinema richiede sintesi e non è un caso che abbia spesso optato per l’iperbole, con immagini in stile “grande depressione” (obsolete, se non ridicole), oppure per la storia di un particolare professionista che si ritrova senza lavoro (una scelta più azzeccata ma dal minore appeal per il pubblico). fame3La verità è che la crisi non ci ha ancora tolto il pane dalla tavola e i giovani l’hanno sentita poco o per nulla (la sentiranno davvero quando NON andranno in pensione), ecco perché c’è qualcosa di terribilmente sbagliato nel titolo della webserie veneta: “Fame”. Non a caso, di fame non c’è traccia e il tema economico, che qui è visto come disperata ricerca del lavoro, sarà presto accantonato in favore dei classici momenti della sitcom fra coinquilini, che oramai è un vero e proprio genere cinematografico con le sue macchiette e situazioni tipo.

Posta la premessa, è possibile godersi Fame senza troppi pensieri, basta prenderla per quello che è: un esperimento comico di partnership firmato da Andrea Pertegato e prodotto da Genesin – Casa amica, del quale si è oramai conclusa la prima stagione. Fame è tutta girata in uno showroom di arredamento gentilmente concesso dal main sponsor della serie (una ditta di arredamento per la casa). La crisi si intravede appena (la si sente davvero solo nell’episodio zero) e i protagonisti, tutti ex-studenti e mantenuti, vivono in uno stato di compiaciuta disoccupazione e perenne sindrome di Peter Pan. Mattia, Giulio e Andrea sono giovani, maschi, sfigati e con tendenze all’esuberanza che la regia sottolinea (forse un po’ troppo) con le varie iperboli visive e le citazioni per nulla sottili, più da cartone animato che da film. Riguardo lo stile di questi sketch, che sono la vera anima di Fame, bisogna segnalare un uso insistito della comicità classica e degli effetti sonori; tutto ciò può stancare o addirittura infastidire se unito alla recitazione eccedente dei protagonisti maschili.

fame1Tuttavia, Fame migliora con gli episodi, anche grazie a una maggiore compattezza della narrazione che permette agli autori di sfruttare meglio i (pochi) mezzi a disposizione. Gli episodi più recenti sono semplici e statici e per questo funzionano molto meglio dei primi. Scompaiono anche le incertezze sul piano fotografico e, come si era anticipato, il tema della disoccupazione è messo da parte in maniera definitiva per far posto alla più innocua sitcom romantico-maschilista, declinata alla maniera italiana ma stranamente povera di forme dialettali. Fame ha un’impostazione classica in quanto serie a episodi autoconclusivi (o quasi), e in ciò rivela la sua impostazione di semplicità ricercata, la supremazia della singola gag sulla struttura più grande. Non bisogna aspettarsi insegnamenti importanti o guizzi di genio, ma accontentarsi di una serie scanzonata, di qualità medio alta e interpretata da tre attori simpatici e all’altezza.

Scritto da Stefano Lalla

Mi chiamo Stefano e sono nato a Pescara nel lontano '88. A Bologna mi sono laureato (due volte) e ho piantato le tende. Mi piace scrivere dei film che vedo, che siano indipendenti o no. Mi piace cercare i talenti in rete, analizzare i pregi e le debolezze dei giovani filmmaker, ragionarci su in maniera costruttiva.

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