Ecce Ubu

Regia di Luca Ferri

Voto della redazione

“Ecce Ubu”, opera sperimentale del regista bergamasco Luca Ferri, è una visione eccentrica e beffarda di un cinema, che si direbbe “supplementare” rispetto a quello convenzionale. È il BianConiglio che ci trascina precipitosamente e senza spiegazioni nella sua tana; un enigmatico e subdolo Stregatto, che ci guida smaterializzandosi e smarrendoci. Come nelle atmosfere Carrolliane, il testo filmico si dissolve nell’assenza di un senso preordinato, un non-sense che non è semplice sabotaggio narrativo, quanto piuttosto cortocircuito della percezione spettatoriale. Ecce Ubu 1Nell’assemblaggio illogico delle immagini (registrazioni in super 8 di filmini vacanzieri, divertimenti, manifestazioni cittadine, momenti privati) che prima brevi, poi accresciuti programmaticamente di secondo in secondo, acquisiscono la consistenza di sequenze-azioni compiute, regna sovrana la colonna musicale, una partitura per pianoforte e clavicembalo, serrata e ridondante, modulata su pochi accordi ed una sola pausa. Un ritmo martellante e logorato nel loop armonico alienante. Una sorta di sedativo audiovisivo preliminare, che nella spirale in espansione del montaggio, trova il suo culmine e la sua ragione ultima nel risveglio straniante dei 5 minuti conclusivi: il primo piano fisso e prolungato di un uomo corpulento dallo sguardo perso nel vuoto. È l’eco dell’Ubu – maschera grottesca, (s)proposito perturbante, che si impone alla vista per rianimarla, dopo averla resettata (o meglio “disintossicata”, come afferma l’autore, dall’assuefazione alla fruizione comune dell’immagine).

L’apparizione Ubuesca, apice e voragine della drammaturgia di Alfred Jerry (dissacratore della società borghese sul finire del XIX sec.) è solo l’incipit e l’explicit che Luca Ferri dichiaratamente mutua e rielabora a suo modo, per applicare al dispositivo cinematografico il più complesso concetto di “scienza patafisica”, parto proto-fantascientifico del medesimo autore francese, precursore del teatro dell’assurdo. La Patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, che osserva le proprietà degli oggetti nella loro virtualità. Studia le leggi che regolano le eccezioni e i particolari, sì da completare la “Scienza fisica” strettamente detta: quell’universo tradizionale, che per comodità poggia sul consenso universale e l’abitudine induttiva; rilevando l’ignoranza delle infinite interpretazioni con cui sarebbe possibile decifrare un fenomeno, solo apparentemente univoco, Alfred Jarry, e dunque Luca Ferri col proprio esercizio pata-cinematografico, intendono scardinare il più radicato pregiudizio restrittivo delle capacità visionarie.

Nello specifico filmico, Luca Ferri sceglie di guardare in una inaudita ed estrema prospettiva al found footage (sorta di metariflessione delle immagini, che recupera frammenti d’archivio preesistenti e li rimonta riscrivendone criticamente il senso).

L’autore, infatti, depotenziando i contenuti e la risignificazione diegetica, lavora esclusivamente sul tempo come mera funzione di minutaggio, realizzando il paradossale meccanismo di lasciar accadere la differenza (i frame aggiuntivi) dissimulandola nel flusso ipnotico di immagini, dove in apparenza non accade nulla, perché farsescamente se ne inibisce la percezione. Il progetto di beffare le impressioni e i sensi per risalire l’abisso anestetizzante della cultura iconica mainstream, avvicina Luca Ferri alle provocatorie avanguardie artistiche, il dadaismo e il surrealismo, che puntavano direttamente a scuotere lo sguardo cognitivo del pubblico di massa.

Come non lasciarsi tentare, dunque, dalla plausibilità di definire un’opera singolare come Ecce Ubu, solo parafrasando la celebre epigrafe della “pipe” figurata di  René Magritte: “cecì n’est pas un … film”. 

Scritto da Carmen Albergo

"La mia unica intelligenza è stata quella di capire che non ero intelligente, nonostante coloro i quali me lo dicono. La mia intelligenza è a lampi, a frecciate, a strappi, mentre l'intelligenza coordina lampi e frecciate fino a produrre una illuminazione nella quale le forme adottano un certo risalto. Manco di illuminazione e conto solo su questi rapidi bagliori, che mostrano bruscamente il posto inconsueto degli oggetti" (J. Cocteau)

2 Comments

  1. dario agazzi

    20 novembre 2013 a 19:12

    cara carmen, si tratta di una delle più acute analisi che abbia letto inerenti il lavoro di luca ferri e mio. perfetta la descrizione della mia partitura: in poche righe chirurgiche ne svela il meccanismo. saluti, dario agazzi

    • carmen

      20 novembre 2013 a 21:41

      Grazie Dario!

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