Disciplinatha

Regia di Alessandro Cavazza

Voto della redazione

Nel 1987 la provincia di Bologna generava una delle formazioni musicali più sconvenienti, sovversive e talentuose degli ultimi decenni. Nonostante i loro testi e i loro spettacoli fossero realmente al vetriolo, i Disciplinatha si spensero così silenziosamente da sembrare, nelle immagini da repertorio, una band appartenuta a chissà quale epoca e a quale galassia.

disciDa qui nasce il documentario di Alessandro Cavazza. Nessuna celebrazione ma un profilo storicista che mescola immagini di repertorio del passato e del presente (tra le altre anche quelle del G8 di Genova) e interviste: oltre ai componenti della band e produttori ci sono le testimonianze di Massimo Zamboni, Giovanni Lindo Ferretti, Jello Biafra dei Dead Kennedys, Manuel Agnelli, Sergio Messina e Mercy degli Ianva.

“Questa non è un’esercitazione”, spiega Cavazza nel titolo, “bensì un discorso sulla disgregazione identitaria di un Paese.”

Estremo è l’aggettivo che meglio identifica l’impatto dei Diciplinatha sul panorama musicale italiano degli anni 80: mentre essere “contro” significava essere comunisti, il che si identifica paradossalmente con l’essere “dalla parte giusta”, la band di Parisini & co. proponeva un punk dalle sonorità industrial agli albori e un immaginario fortemente connotato esteticamente dal ventennio fascista. Erano una band in divisa, i “cattivi” ante litteram. I loro spettacoli, delle vere e proprie performance pirotecniche, deformavano il linguaggio della contemporaneità storpiando non solo i riferimenti al regime ma anche i simboli del consumismo e le verità insindacabili della società del benessere post sessantottino. Tanto che riuscirono in modo magistrale ad accaparrarsi le antipatie sia da sinistra che da destra.

532830_10150939815018094_956955279_nL’illuminazione fu quella di capire prima del tempo che giocare con i simboli di un passato tanto ingombrante per l’Italia, non sarebbe stato tollerato da un popolo che stava venendo per la prima volta educato ad un dissenso subito irreggimentato da un sistema politico fatto nelle parrocchiette. Una subordinazione psicologica che si trasferisce da sempre anche al mondo artistico. Anche per questo la parabola dei Disciplinatha inizia a concludersi proprio dal momento della meritata consacrazione acquisita grazie all’intervento di Zamboni e Ferretti, da sempre ammiratori e produttori degli ultimi dischi. Il momento in cui la pecora nera rientra nei ranghi dell’alternativismo indipendente.

Dal documentario viene fuori tutta la portata drammatica che possiede ogni fenomeno che trascende il proprio lavoro musicale “per fare i conti con la Storia” (per usare le parole di Massimo Zamboni). Tramite il suo racconto ricco di materiali caustici, Cavazza fa emergere tematiche come il rapporto tra epica e contemporaneità e la disgregazione dell’identità politica e sociale. Se ne esce chiedendosi se esista una maniera di esprimere realmente un pensiero anticonformista e se anche i Disciplinatha lo fossero davvero, oppure mostrassero solo una facciata. In ogni caso se il punk è innanzitutto un approccio al mondo, con il loro “militarismo nichilista, scudo contro la gioventù di massa” essi si sono meritati un posto d’onore.

Scritto da Michela Resta

"Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti... "

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