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Regia di Ugo D'Eramo e Alessandro Stabilini

Voto della redazione

Qualche volta quella che sembra un’utopia trova riscontro in piccole realtà nascoste che qualcuno scova e sceglie di raccontare.

C’era una volta, da qualche parte nella città di Cagliari, una piccola pizzeria gestita da Karim, di origine tunisina,  e Souad, marocchina. Un giorno, i due, danno lavoro a Federico, un giovane italiano dall’accento spiccatamente sardo, trovatosi lì per caso, affamato di kebab. Orrore! Come può un italiano chiedere lavoro a uno straniero? Siamo in Italia, perdinci. Ugo D’Eramo e Alessandro Stabilini prendono questo angolo di Sardegna, lo seguono fermandone alcune immagini e parole e ci restituiscono, nella forma vivace del documentario, una fetta esemplare di mondo, da far conoscere a tutti. Una storia d’integrazione che spacca gli stereotipi con leggerezza, che va nel cuore dell’Italia pizza, pasta e mandolino per raccontarci un altro Bel paese possibile, moderno. Parole chiave sono la collaborazione, la naturale uguaglianza tra esseri umani che non avrebbe nemmeno bisogno di troppe spiegazioni.

070“La cultura non è mai un ostacolo”, afferma Karim intervistato nella sua pizzeria, facendo emergere l’assurdità di qualsiasi forma di razzismo: anche nel selezionare i suoi collaboratori, ovviamente, è la capacità nel lavoro l’unico elemento discriminante, non certo la provenienza. Quanti potrebbero dire lo stesso? Tutto il film svela un altro modo di guardare, una mentalità del tutto estranea all’individualismo che spesso va a braccetto con la discriminazione: pensare solo alle proprie quattro mura, al proprio piccolo benessere personale è tanto triste quanto inefficace in un mondo aperto e “etnico” come lo definisce Souad, in cui tutti dovrebbero essere dappertutto, sempre nel rispetto delle leggi del Paese che li accoglie.

Forse, un montaggio un po’ meno rustico e più vivace, capace di riprodurre l’alternarsi di linguaggi e culture, avrebbe dato a questa storia una forma adeguata a veicolare un messaggio così denso che invece appare in questo modo diluito, un po’ trasandato, privo di un degno corrispettivo tecnico capace di esaltarne i contenuti. Con fini didattici a volte troppo evidenti e un audio che pregiudica la resa finale (per fortuna ci sono i sottotitoli!), questo film suggerisce l’urgenza di un’Italia da rifare con amore, tempo e dedizione e magari un nuovo sapore. Un po’ come la pizza.

Scritto da Valentina Maini

Su IDC ci sono capitata un po' per caso e ci sono rimasta. Scrivere di film indipendenti è un modo per conoscere mondi sepolti, dove scorre un po' di tutto. Qualche volta anche il talento.

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